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Sto così.

Incontri che ti fanno rivalutare la categoria (e nel peggiore dei casi ti svoltano la giornata).
Io: «Senta, ma secondo lei, Marino è in buona fede?».
Tassinaro: «Marino è quello che dice che nel Pd ci sono molti stupratori? Sì è in buona fede, Veltroni s’è inculato quasi ottomila tassisti».

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- Perché ti ripeti sempre le domande da sola?
- Boh, non lo so. Perché mi ripeto sempre le domande da sola?

(forse perché sei stanca)

Pulsatilla e i suoi momenti di teologia

Se l’inferno esiste, devono esistere anche le celle di isolamento.
(A proposito di questo)

Guardate questo.

Io al mio psicologo:

- Se penso alla mia relazione ideale, la immagino fatta di lunghi silenzi, con una persona molto calma, che mi parla con lo sguardo, che non alza mai la voce, che vuole fare l’amore spesso, che mi torce il braccio mentre facciamo l’amore, che mi bacia la nuca mentre scrivo, che non mi dice dove va, che non mi chiede dove sono stata, che di notte, al buio, si lascia baciare le spalle senza muoversi, steso sul fianco, e mi cinge la vita mentre cucino, e mi mette incinta senza chiedermelo. Praticamente, Marlon Brando: ed è morto da un po’.

Non ho nessun sentimento di riconoscenza per le zucchine; cosa che ho, invece, e fortissima, per le melanzane.
Stasera ho cenato a dieci metri dal Portico d’Ottavia, e la vita per un attimo è stata di nuovo accettabile.
Anche ieri, uscita dal cinema, mi sono sentita alla stessa maniera; a questo serve il cinema, il cinema serve a rendere la vita di nuovo accettabile. ll film della Archibugi è stato proprio un toccasana (quella locandina piatta e spensierata, decorata con elementare allegria scolastica, stava per deragliarmi sul film di Bellocchio. Poi ho pensato: ma no, vatti a vedere una bella commedia, una volta tanto. E commedia non fu. Furono lacrime. Però belle, liberatorie). Poi, al bar, ho tazzato il mio boccale di birra contro quello del mio amico e il caldo, per un attimo, ha smesso di strangolarmi, e anche la tristezza rampicante che da un po’ di tempo ho, dopo il secondo sorso ha allentato la stretta.

Citazioni domenicali di una certa utilità.

La malattia non è né una crudeltà in sé, né una punizione, ma solo ed esclusivamente un correttivo, uno strumento di cui la nostra anima si serve per indicarci i nostri errori, per trattenerci da sbagli più gravi, per impedirci di suscitare maggiori ombre e per ricondurci sulla via della verità e della luce, dalla quale non avremmo mai dovuto scostarci.

Edward Bach

Settimana scorsa passo davanti a un bar con i tavolini fuori, c’è un tizio con i capelli strani, gli occhiali strani. Ci siamo conosciuti anni fa, si chiama Diego, e se non ricordo male fa il sassofonista. Un giorno sono andata anche a sentirlo in concerto. A dire la verità, non sono sicura che si chiami Diego; potrebbe chiamarsi Dario. «Ciao!», gli dico, con molta pimpa. Lui tituba. «Ciao», balbetta. È lì con un paio di amici, e una ragazza lo guarda storto. Decido di non fermarmi, e tiro dritto. Visto che lui continua a scrutarmi in tralice, superandolo dico: «Come stai?». E lui: «bene, tu?». «Bene».
Bene.

L’altro giorno lo rincontro per strada. Avevo appena messo lo smalto. Mi si avvicina sorridendo. Io, soffiandomi sulle dita: «Ehilà. Come stai?». Lui: «Bene, tu?». «Mah. Ho le mestruazioni. Sono gonfia, depressa, nervosa, stanca. Infatti sto andando in erboristeria a farmi dare qualche pillolone. Tu», chiedo continuando a soffiare, «che fai? Suoni?». «No», pausa lunghissima, «io non suono». «Ah», pausa lunghissima in cui comincio a mulinare le manine smaltate in aria, «E come mai?». «Eh, non suono. Faccio il web designer».
In quel momento smetto di soffiare e capisco che l’ho scambiato per un altro. Praticamente ho appena parlato dei miei dolori mestruali a un illustre sconosciuto, che però – di questo, almeno, ne sono certa – è lo stesso che ho salutato al bar. A quel punto devo inventarmi qualcosa da dire per giustificare la scena, e dico, ricominciando a soffiare:
«Io però ti conosco. Dove ci siamo conosciuti, se non nell’ambiente musicale?», dico da esperta frequentatrice di ambienti musicali, quale, naturalmente, non sono manco poh cazzo.
«Non lo so; forse in Accademia?».
«No, non credo». Diosanto, che situazione. Tutte io.
Aggiuge, giustamente:
«Io, per esempio, non so come ti chiami».
«Neanch’io so come ti chiami. Come ti chiami?».
«Piergiorgio».
«Io Valeria. Mi accompagni in erboristeria?».

E così sono andata in erboristeria con uno che non conosco, tale Piergiorgio. Abbiamo parlato del mio lavoro, del suo lavoro, di Monica Bellucci, dei brufoli, delle farmacie, di Berlusconi, del Molise, delle foto, dell’essere sé stessi, di dove abitiamo e alla fine mi sa – ho pensato – che è così che si dovrebbero incontrare le persone. Al di là di tutto.

Lo racconto con entusiasmo al mio amico, il quale, con la sua solita scarsa poesia, commenta:

«Beh, mi sembra la storia adatta da raccontare ai bambini.
‘Papà, come hai incontrato mamma?’.
‘Mi ha fermato per strada e ha cominciato a lamentarsi del ciclo’».

Per il resto, qui tutto bene: si campeggia.
Baci (mestruali) a tutti, in ispecie agli sconosciuti.

È una menzogna che frequento minorenni. Il padre di quella ragazza mi aveva chiamato perché voleva un appuntamento con me e voleva parlarmi: queste cose usciranno domani in un intervista a Chi.

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