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E meno male che ci sono gli amici.
Pulsatilla: «Conosco un trucco per fare impazzire qualsiasi uomo a letto».
Lucone Tortellone: «Nascondergli il telecomando?».
(Lucone ha un blog geniale, andateci.)

Foto 71

Ricominciata l’insonnia. Mi sento di nuovo come Edward Norton in Fight Club, imprigionata in una fotocopia della realtà (o come dice Ed: nella fotocopia della fotocopia. Della fotocopia). La mancanza di riposo mi dà la sensazione di vivere sottaceto. Nessun aggancio con la vita concreta: passo le notti a guardare film in divvidì e mi sembra di guardare uno spettacolo di ombre cinesi dopo l’altro. A volte arriva il lupo. A volte arriva il cane. A volte arriva il cammello. Bau bau. Nessuna emozione. (Siamo l’unico paese al mondo dove il cane fa bau bau. Nei paesi seri fa wof wof). Se guardo la strada è uguale: ombre che sfilano piatte. A volte passa il brum brum. A volte passa un tossico. A volte qualcuno si bacia. Qualcuno si diverte, o finge di. Nessuna emozione. Quando ho voglia di emozioni forti, oppure semplicemente di piangere, apro l’Internazionale o compro l’Unità – che rappresentano l’equivalente del gambetto di re negli scacchi, o del centromediano metodista nel calcio: care, graziose, dismesse anticaglie. Chiudo il giornale. Chiudo le persiane, tanto le piante sono tutte morte, non c’è più niente che abbia bisogno di luce. I cibi  guasti che per pigrizia non tolgo dal frigo mi hanno dato l’input per iniziare una collezione di muffe e funghi. Sono molto più facili da collezionare rispetto ai francobolli perché non hanno bisogno dell’album. Quando mi sento sola mi basta sollevare il tappo del latte e ho qualcuno che mi capisce davvero.
Parliamo di politica. Anzi, per carità, non parliamone. La mia amica Regi (detta anche la signora di marzapane o la nana da giardino) ha fatto il riassunto delle nomine ministeriali in questo breve ed esaustivo post,  manlevandomi dall’onere di dover fare l’appello dei soggetti circensi. Interessante notare che mentre il ruolo dell’intellettuale viene lentamente spolpato, operazione ormai in corso da diverso tempo, i miei gatti curiosamente prendono tutte le notti un libro dalla libreria. Non so se lo leggano anche, ma di fatto la mattina quando mi alzo trovo un libro per terra e lo devo raccogliere e rimettere sullo scaffale. Hanno fatto una carboneria? Forse stanno organizzando un colpo di stato? Forse di qui a poco ci ritroveremo dominati dai gatti, nella tirannide felina? Poi mi rubano le sigarette dal pacchetto e me le nascondono, e mi dico che vogliono solo giocare, o al massimo massimo aspirano al Ministero della Sanità.

We only come out at night
We only come out at night
The days are much too bright
We only come out at night

[ clicca per altra insonnia ]

Tieniti le tue telefonate (breve componimento a rima sciolta)

Tieniti le tue telefonate. Cosa sono le telefonate? Niente. Pensavo fossero qualcosa e invece non sono niente. Quanto costa fare una telefonata? Non ti costa niente, fare una telefonata. Chiamami pure, furbone, mettiti la coscienza a posto per soli 5 centesimi al minuto iva inclusa, fammi gli auguri per l’onomastico, sentiti importante perché te ne sei ricordato – sei un terrone, ecco cosa sei, solo i terroni si ricordano gli onomastici, e io, i terroni e io, e siccome non sei io, allora sei un terrone.
Tieniti le tue telefonate. Mandami le canzoni di Paolo Conte per l’onomastico – non ti ricordi neanche più quale mi piaceva, né perché: ma tanto per voialtri tutte le canzoni di Paolo Conte fanno pling pling pling – , dimmi che Venezia è bella, che sono fortunata a passare il mio onomastico proprio a Venezia, riempimi di banalità, ripetimi ancora una volta quanto sono fortunata a fare quello che faccio, cioè la scrittrice, cioè nella fattispecie scrivere brevi componimenti per idioti intitolati “Tieniti le tue telefonate”.
Tieniti le tue telefonate – pensavo, cercando di capire la psicologia del lucchetto della moto del mio ragazzo, quello con cui secondo te sarebbe finita prima o poi: da che parte si gira la porco giuda di chiave? –  e tieniti soprattutto la tua retorica psicoterapica, “capisco come ti senti”, “vieni qui piccola mia”, “empatizzo profondamente”, “ti cerco”, “mi piace accoglierti e tenerti” e tutte le altre frasi che hai imparato alla scuola radio elettra per psicoterapeuti. Ti ho detto che devi andare a fare in culo,“Vai a fare in culo” ho detto, e se tu mi rispondi con voce baritonale e vibrante “Empatizzo, piccina mia, capisco cosa stai provando e rispetto la tua rabbia” mi costringi a ripeterti, questa volta gridando fino a farmi asciugare l’ugola, che devi andare a fare nel culo, nel culo, nel culo e nello straculo.
Tieniti le tue telefonate. L’ho già detto? Mi ripeto. Le telefonate che una volta mi facevano dire oh, che ragazzo d’oro, trova il tempo per telefonarmi così spesso. Quanto valgono le tue telefonate? Niente. Meno di cinque centesimi, perché hai fatto lo You and Me. Ti fai fare lo squillino e poi mi richiami per non farmi spendere, è un gesto galante, ma non significa niente, è un gesto vuoto, come mettersi il tovagliolo sulle ginocchia e aprire la portiera e issarmi la valigia sul treno. Sei un cavaliere vuoto. Non sei un cavaliere. Sei un’armatura. I cavalieri combattono per quello che amano, e qualche volta non tornano vivi dalla guerra.

PULSATILLA SI CALA LE BRAGHE
Questo post si potrebbe intitolare anche «Faccela vede’, faccela tocca’», o «Sono rimasta in mutande», ma io sono favorevole alla riqualificazione della parola braghe (e del punto e virgola, che senza il mio contributo minaccia di estinguersi; ma questo è un altro paio di braghe).

Dunque, siore siori,
ho una notizia da darvi: mi hanno comprata con un pugno di mutandine.
Cioè, non è partita così, è partita in modo molto più onesto. Con un’email.

Ciao Pulsatilla,
sto sviluppando un progetto per un nostro cliente, che prevede uno scambio di visibilità con blogger italiane.
Il cliente produce biancheria intima: www.spiman.it
L’idea è di far provare il prodotto Spiman ad alcune blogger e presentare il blog con un’intervista o altro nella newsletter mensile della community SpimanClub.
Mi piacerebbe che anche tu facessi parte del progetto.
Se ti va ne parliamo per telefono, in calce trovi tutti i miei contatti, attendo i tuoi, se desideri.

Mutande da provare? Le mie dita volano sulla tastiera e cliccano “reply”.

Divertente.
Il mio numero è xxx-xxxxxxx, ci sentiamo domani se per te va bene.

L’indomani la ragazza mi chiama. L’affare è questo: mi manderanno a casa un pacco di biancheria (tutto quello che devo fare è indicare le mie preferenze: sul sito ci sono una marea di completini bianchi, neri, di pizzo, a fiorellini, e farfalline, gialli, rosa, è il sito dei balocchi; e indicare e le mie taglie. Facile), io in cambio mi lascerò intervistare sul tema della letteratura e della smutandazza (più la seconda) e farò una piccola recensione smutandereccia sul mio blog (di cui quello che state leggendo rappresenta il penoso risultato). 

-    Ok!
-    Ok!

Diventiamo subito amiche. La smutanda che ti lega.
Scegliere i completini è stato un gioco da ragazzi. Sono semplicemente andata sul sito e ho semplicemente cliccato come un’ossessa.
Invece trovare le mie taglie è stato più complesso. Sono andata davanti allo specchio e mi sono guardata. Poi sono andata a scrivere un’email. 

Mi sono dimenticata di dirti un dettaglio importante: sono un soggetto difficile.
Non conosco le mie taglie.
Anche perché ogni volta che compro un reggiseno cambiano sempre, le taglie.
Tra parentesi, pochissime volte nella vita ho trovato un reggiseno che mi stesse bene e che non sia finito nella pattumiera dopo una settimana. Ho la coppa abbastanza piena ma la circonferenza molto piccola, e quando i reggiseni sono scollati mi escono le minne di fuori, plop. Infatti ormai uso solo reggiseni sportivi, che notoriamente gli uomini odiano (ma sono gli unici che non mi tradiscono). (i reggiseni, intendo)
Le mutandine, invece, le compro a occhio.
Se mi dai dei parametri, prendo un centimetro e mi misuro.
Si può?
Grazie.

La Spiman, azienda modenese leader sul mercato modenese, è preparata a ogni evenienza: mi manda su un sito di consigli Spiman per trovare la mia taglia ideale. Il sito è questo.
Con dilettantesca sventatezza avevo scritto alla ragazza: «prendo un centimetro e mi misuro». Solo che si fa presto a dire prendo un centimetro. Io un centimetro mica ce l’ho – scopro improvvisamente.

-    Annetta, per caso hai un centimetro?

Annetta è la mia dirimpettaia umbra. Fuma come una turca e ha la voce roca del caporale della sesta armata tedesca dopo la battaglia di Stalingrado. Annetta nella vita pulisce la terrazza condominiale e innaffia le piante della terrazza condominiale. Molti nostri dialoghi vertono intorno a questo soggetto, quello delle piante della terrazza condominiale, che rappresenta un argomento dalle sfaccettature apparentemente inesauribili.

-    Avale’, oggi tonnaffiato i piante.
-    Ah, grazie, Annetta.
-    Te nannaffi mai i piante.
-    Non le annaffio perché so che le annaffi tu.
-    Se io nannaffio nessuno lannaffia. 
-    Le annaffi sempre tu. Ecco perché nessuno le annaffia.
-    Sto sempre annaffià i piante.
-    Non le annaffiare.
-    Se nannaffio muorono.
-    Annaffiale allora.
-    Ma se lannaffio…

Un altro argomento di conversazione frequente – di monologo, in questo caso – è la sporcizia sulla terrazza. Annetta spazza e brontola. I suoi commenti sono rigorosamente stagionali.

-    Ha piovuto – dice Annetta in autunno – guarda te quante foglie da spazzà.
-    Ha nevicato – dice Annetta in inverno – guarda te quanta neve da spazzà.
-    I piante ha fatto i fiori – dice Annetta in primavera – guarda te quanti petali da spazzà.
-    Che caldo – dice Annetta in estate – ma vedi te se devo sta qua a spazzà.

La cosa bella è che Annetta indossa sempre una felpa di Topolino con su scritto Happy People Have A Lot Of Friends. Ma stavamo parlando del centimetro.

-    Annetta, per caso hai un centimetro?

Annetta continua a spazzare. Mi viene a spazzare sui piedi.

-    Lèvete di torno che devo spiccià.

Annetta chiama le faccende domestiche «spiccià». Per lei «spicciare» è spolverare, spazzare, lavare, cucinare, stendere, ramazzare e qualsiasi cosa che non sia la sua altra attività, cioè parlare dello spicciare (che in gergo filosofico potremmo chiamare il «metaspicciare»).

-    Ce l’hai un centimetro?
-    Te pare che nootengo? Ootengo.

Annetta va a prendere il centimetro.

-    Che ce devi fa’ coccentimetro?

Sarebbe troppo lungo spiegarle la vicenda Spiman, i blog, le newsletter e la community. Poi valle a dire che mi vogliono dare delle mutande gratis, e perché. Tra l’altro, se Annetta venisse a sapere cos’è la community Spiman, la utilizzerebbe contro di me per dimostrarmi che nannaffio. 

-    Grazie, Annetta.
-    Che grazie? Repòrtemelo.

Al momento della misurazione mi sono giocata per sempre l’autostima. Quanto puoi andare avanti pensando di essere una novanta-sessanta-novanta? Vent’anni? Venticinque anni? Ma prima o poi, inevitabilmente, arriva una manica di carpigiani che ti tira per le orecchie e ti riporta con i piedi per terra.

Dunque.
Secondo la tabella sono una III coppa A/B. Credevo di essere una II coppa D, ma evidentemente mi sopravvalutavo. Porto una 42/44, ovvero sono alta 1,57 m e peso tra i 53 e i 55 kg. In realtà non mi peso da diversi anni, quindi forse sono più sui 55 kg.
Di slip credo di essere una terza/quarta, e non una seconda/terza come pensavo.

Praticamente credevo di essere un manga, e invece scopro di essere più dalle parti della signora Griffin.

Mi piacciono i reggiseni colorati e senza troppi pizzi. I reggiseni troppo scollati mi stanno male. Quelli imbottiti mi stanno molto bene, ma quelli imbottiti sono normalmente anche scollati.
Della collezione MAGIE ITALIANE mi piace il PERIZOMA GERANIO.
Della collezione CAMYLA mi piacciono i completini LISBONA e SIDNEY.
Della collezione CLASSICO SPIMAN vorrei provare il reggiseno cotone elastico coppa preformata 2177, e mi piace anche moltissimo quella specie di top che sta nell’introduzione.
Della linea sportiva proverei il BUSTINO R68.
Grazie.
A presto.
 

Alcuni giorni dopo mi arriva a casa uno scatolone contenente tutte le cose che ho elencato, più altre decine e decine di cosette che non avevo osato chiedere. Incluso un, ehm, corpetto della linea “Dolce Fuoco” in pizzo nero con mutanda coordinata che francamente, presa da calo di autostima, avevo catalogato come fuori discussione. E invece mi sta bene. Un miracolo. Ci dev’essere stato un co-marketing fra Dolce Fuoco e Sant’Antonio.

«Che ne pensi?», chiedo al mio ragazzo mettendomi una mano dietro la nuca come Betty Boop.
«Carino», dice il mio ragazzo. Non dice carina, dice carino: non parla di me, parla del completino Lisbona. Inutile nascondercelo, la mia relazione ha evidentemente dei problemi. Ma lasciamo stare.
«Guarda questo», dico sgattaiolando in camera da letto. Mi cambio ed esco fuori con indosso il completino Sydney, ricalcando con la mano sull’anca l’illustre tradizione cinematografica ispirata a Viaggi di Nozze con Claudia Gerini, fatte le dovute distinzioni di altezza e di peso (rispettivamente un terzo e il doppio).
«Bello. Molto meglio delle mutande che ti compri tu», è il lapidario commento. Ora, il signor Spiman sarà molto contento, ma io ci vedo un segno di degrado matrimoniale in questa frase.
«Mi hanno mandato anche tante altre cose…», dico tornando in camera; l’entusiasmo iniziale del ricevuto scatolone comincia a smorzarsi, ma come insegna Freddy Mercury, the show must go on. Torno fuori con il completino Dolce Fuoco e, inaspettatamente, prendo pomodori e uova marce a catapulte laddove immaginavo il lancio di rose sul palco.
«Troppo grande la taglia, qui ti fa difetto, non mi piace la forma che ti fa sopra, la fascia di sotto è troppo larga», dice indicando tutti i punti critici del prezioso corpetto. Come quando una viene colta dal sospetto che suo marito abbia una doppia famiglia, o che sia gay, io vengo colta dal sospetto che il mio ragazzo abbia lavorato tutti questi anni per Roberto Cavalli, e che quindi, in questo caso, abbia una doppia famiglia gay.
«A me sembra perfetto», dico tornando davanti allo specchio. «Mi sta benissimo. Cosa c’è che non va?». Il responso dello specchio è niente cara, a parte la tua relazione.
Rovescio sul letto tutti gli altri capi per mostrarglieli e riguardarli anch’io. Sembrano di buona fattura: sono a posto per i prossimi cinque anni. Oltre ai pezzi che ho provato, ho una valanga di canottiere, reggiseni, mutandine e perizoma bianchi. Alcuni semplici, altri lavorati. Intimissimi fallirà, visto che buona parte del loro fatturato si basa sui miei colpevoli bucati misti a sessanta gradi e relativa moria mutandistica, mentre adesso ho un intero arsenale Spiman da poter devastare comodamente nel tempo; e anche perché le ultime collezioni Intimissimi che ho visto erano piene di teschietti («le mutande piratate», io le chiamo), atte a minare sia il buon gusto sia ogni idea di fertilità (come ci si fa a mettere un teschio sui genitali senza avere la netta sensazione di starsi candidando a una ferale trafila di gravidanze interrotte?). D’altro canto, bisogna dirlo, il sito di Intimissimi è molto più figo del sito Spiman e ha pure un cortometraggio diretto da Gabriele Muccino con protagonista Monica Bellucci (che interpreta una tassista, una tangueira, una cornuta, una madre di famiglia, una cameriera e una motociclista, tutte impizzettate da capo a piedi nel nome del brand: chiunque voglia ricontrollare per l’ennesima volta se è proprio vero che la Bellucci sappia recitare una sola parte e anche male – quella della svamp con la boccuccia dischiusa –  non deve zupparsi l’intera e frammentaria filmografia di particine bellucciane, gli basta cliccare sul sito e vederla in azione per pochi minuti di concentrata e multipla incapacità attoriale). (Se invece il buon cinema non è in testa ai vostri hobby, i completini, inutile che ve lo dica, le stanno abbastanza bene.)
E quindi veniamo alla domanda dell’anno: cos’è meglio, Monica Bellucci con i completini Intimissimi, o Pulsatilla con i completini Spiman? Pensateci, non voglio che mi diate una risposta affrettata. Prendetevi il tempo che vi serve. Nel frattempo io mi provo queste fantastiche* canottiere della salute.

*messaggio promozionale

Ho chiesto ai miei gatti che cosa avrebbero votato se fossero stati in me.
Hanno detto che i gatti voterebbero Whiskas.

Stanotte ho fatto un sogno capitalistico.

Allora, ero in Austria. L’Austria era un paese sottosviluppato. Cioè, non proprio; ma nelle vetrine dei negozi c’erano dei vestiti di quel verde bottiglia che si trova solo nei paesi poveri, o ex comunisti, o semplicemente un po’ tristi, dove le donne sono vestite con queste gonne che hanno quella sfumatura di verde un po’ retrogrado.

Ero in un centro commerciale austriaco, e l’euro era forte rispetto al franco austriaco, o scellino austriaco, ora non ricordo esattamente la valuta del sogno.

Volevo comprare tutto. Conveniva.

Ero entrata in un negozio di ottica. Avevo l’ingordigia tipica dei turisti che vanno in un paese dove l’euro è forte, esaminavo uno a uno i barattoli con le soluzioni per lenti a contatto e pensavo, caspita, costano veramente poco, devo farne una scorta immane. Solo che il liquido per lenti sarebbe scaduto prima di poterlo consumare tutto, quindi ero combattuta fra questo dato e il dato dell’euro forte, scissa tra ingordigia di avere litri di liquido a buon prezzo, e buon senso.

Alla fine uscivo dall’ottica intristita, senza comprare niente. Aveva prevalso il buon senso. Quando il buon senso prevale non ci puoi fare niente, è più forte di te, non è una cosa che scegli.

Ho continuato a girare per il centro commerciale austriaco con la sensazione di non poter comprare tutto quello che avevo pensato inizialmente di poter comprare. Ero molto frustrata.

Passo davanti a un negozio di alta moda, che essendo moda austriaca non era poi così alta, ma in vetrina era esposto un barattolo di crema per il corpo di Christian Dior che però era mezzo di Abercrombie & Fitch. Cioè, profumava di Abercrombie & Fitch ma aveva il packaging dorato di Christian Dior. Sembrava un ananas di oro massiccio, e dentro c’era un chilo di crema corpo.
Guardo il prezzo: 600 scellini austriaci, o franchi austriaci, o quel che l’era.
Che per il potere d’acquisto dei poveri austriaci era come dire 600 euro.
Me ne vado indignata: ma sono pazzi? Troppo alti, questi prezzi. Mi rifiuto.

Continuo a vagabondare per il centro commerciale ma non riesco a levarmi dalla testa quell’ananas traboccante di crema corpo profumata. Cavolo, era veramente figo. Cammino cammino e mentre cammino mi faccio due conti: 600 scellini austriaci equivalgono a 120 euro. Si può fare. 120 euro non sono tantissimi, dài; e poi è un chilo di crema, ti dura un sacco di tempo. Ci penso e ci ripenso, e alla fine decido di tornare al negozio e accaparrarmi l’ananas. Me lo merito. L’euro è forte.

Prendo l’ascensore per tornare al piano dove c’era il negozio di alta moda Abercrombie + Fitch + Dior e in ascensore trovo, non chiedetemi perché, Max Pezzali e Mauro Repetto che stanno finendo di litigare. Pezzali ha le lacrime agli occhi, Repetto guarda per terra. Cioè, metto piede in ascensore proprio nel momento in cui Pezzali e Repetto stanno sciogliendo gli 883. Ed è come se questa piccola tragedia consumata al mio cospetto nel piccolo ascensore austriaco rallentasse la corsa dell’ascensore stesso. Mi sembrava di averci messo molto meno tempo a scendere – cioè ad allontanarmi dall’ananas di mia spettanza – che adesso a risalire. Comincio ad agitarmi, e più mi agito più l’ascensore fa fermate, ed era come se fossero le lacrime degli 883 a determinare quella lentezza sfibrante. Forse Repetto premeva il bottone dell’alt per fare un dispetto a Pezzali. Solo che Pezzali non aveva alcuna fretta di andarsi a comprare la crema per il corpo, io sì.

Mi sveglio, e ora, per onestà intellettuale, devo confessarvi che a Parigi mi sono comprata un barattolo di crema per il corpo di Annick Goutal al prezzo di 75 euro, che è molto peggio dell’ananas perché non è un barattolo da un chilo, ma da 200 ml. Ho fatto una stronzata, si capisce, e il mio inconscio evidentemente sta ancora elaborando l’estratto conto.
In più, manco a dire che conveniva. Mentre strisciavo la carta di credito avevo la netta sensazione che l’euro non fosse poi così forte.

Tornata poche ore fa cotta e panata dalla Parigi-New-York (versione non-desertica della Parigi-Dakar, con in più quel valore aggiunto che solo lo shopping ti sa dare). Sono così stanca che la mia mente, già normalmente pilotata da un nano da giardino afflitto dalla piaga dell’alcolismo, si pone domande più demenziali del solito (ma quando accendo le candele la temperatura dell’appartamento si alza? Ma Prato e Erba sono città gemellate? Ma Alfred Hitchcock significa Alfredo Prurito Del Cazzo?) e al di là dell’essere sopravvissuta alla maratona lavorativa parigina, che mi sembra già un risultato degno, volevo assolutamente dirvi che a New York il mio appartamento stava proprio sopra il negozio di Paul Frank. Ciò mi fè sovvenire alla memoria un simpatico episodio del 2006, che ora vado a raccontarvi. 

***

Senigallia. Agosto. La giovane Pulsatilla è sulla spiaggia, rilassata, con le pacche nell’acqua. Mare. Sole. Gabbiani. Ma, accidenti al diavolaccio cagno, squilla il telefono.

«Ciao!», dice guizzante una ragazza che sembra avere la mia età. «Posso disturbarti?».
L’hai già fatto, quindi ormai.
«Sono una giornalista di [nome di rivista patinata] e volevo farti alcune domande. Posso?».
Vedi sopra.
«Puoi dare alle nostre lettrici alcune dritte sulla collezione autunno/inverno 2006/2007?».
«Eh?».
L’ingenua pensa che abbia problemi di udito, quindi alza la voce.
«Puoi dare alle nostre lettrici delle dritte per la collezione autunno/inverno 2006/2007?».
«Hai sbagliato numero, mi sa».
«Non sei Pulsatilla, la scrittrice?».
«Sì, sono Pulsatilla la scrittrice, non Ferretti la stilista».
«Volevo un tuo parere personale sul vestirsi… A te com’è che piace vestirti?».
«Non so. Ho scritto un libro, non vuoi parlare del libro?».
«Guarda, mi basta che mi dici le boutique dove vai di solito».
«Sai le bancarelle di viale Giulio Cesare?».
«Dimmi solo uno stilista che ti piace».
«Paul Frank? Quello che c’ha il logo con la scimmia è Paul Frank, giusto? La scimmia è simpatica».
«Paul Frank. Okay. Senti, e a casa tua cosa c’è?».
«Un bagno, una cucina e una camera da letto».
«No, voglio dire, cosa hai messo in quelle stanze per renderle un po’ più confortevoli? Un po’ più tue?».
«Un letto. I fornelli. Una tavoletta sul cesso».
«Non ti piace il design?».
«Sì, certo». Voi conoscete qualcuno che odia il design?
«Che tipo di design ti piace?».
«Scandinavo».
«Dimmi il nome di un designer scandinavo che ti piace».
«Alvar Aalto».
«Dimmi un pezzo di design che ti piace».
«Di Alvar Aalto?».
«No, un pezzo qualsiasi».
«La chaise longue di Le Corbusier».
«Le Corbusier. E senti, ti piace cucinare?».
«Cos’è, il colloquio per il militare?».
«Cosa ti piace cucinare?».
«Ho una gastronomia sotto casa, quindi non cucino mai».
«Ma ho letto da qualche parte che adori cucinare».
«Non ho mai detto che adoro cucinare. Mi diverte. Mi diverte anche il lancio del giavellotto, ma non lo guardo tutti i giorni».
«Senti, Pulsatilla, tu ti trucchi?».
«A volte. Ne abbiamo ancora per molto?».
«E dove compri i trucchi?».
«Da Mac. Altrimenti sempre lì, alle bancarelle di viale Giulio Cesare, quelle all’angolo con la multisala».
«Ah, da Mac!». Sembrava sollevata. Mac è un negozio molto figo che sta in via del Babuino. Ma io non vado da Mac perché è figo, vado da Mac perché ti truccano gratis. Il suo giovane cuore di giornalista milanese non reggerebbe la notizia, gliela risparmio.
«E che trucchi preferisci?».

L’intervista va avanti ancora a lungo, il sole fa in tempo a tramontare e i gabbiani a migrare verso l’Australia e tornare indietro.

Un mese e mezzo dopo esce una pagina su [nome di rivista patinata] con un titolone grosso così che dice:
IL PULSA-PENSIERO.
Vado a leggere e mi viene una trombosi. L’articolo è scritto tutto in prima persona.

Io per il maquillage mi servo sempre da Mac!
Accanto c’è una foto con i trucchi di Mac, saggiamente sparpagliati su un limbo grigio perla molto cool.

Io vado pazza per Alvar Aalto!
Accanto c’è la foto di un acquario di Alvar Aalto con due pesci rossi dentro. Io odio gli acquari. Odio i pesci rossi. Odio tutto.

Non posso fare a meno di entrare nelle boutique di Paul Frank!
Ma sei cretina? Certo che posso farne a meno.

A casa mia non può mancare la chaise longue di Le Corbusier!
Manca. Vieni a vedere, brutta idiota: manca. A casa mia manca la chaise longue di Le Corbusier, specie nella variante muccata orrenda che hai messo nella foto, e sai perché? Perché non saprei dove infilarla, una cazzo di chaise longue lunga un metro e mezzo muccata, dentro un bilocale di quaranta metriquadri dove non riesco neanche ad aprire lo stendino.

E basta, volevo dirvi soltanto che per la prima volta ho visto una boutique di Paul Frank e per ovvi motivi non ho potuto fare a meno di entrarci.

Ho il batticuore e sono persa e schiacciata. Sono stata seduta su un gradino con la cartina di New York in mano senza riuscire a decidermi su dove andare. Alla fine sono andata a China Town, e il risultato e’ che mi e’ passata qualsiasi voglia di andare in Cina. Ma qualsiasi.
La sensazione prevalente e’ che non c’e’ verso di controllare quello che ti succede intorno. In citta’, da qualche altra parte, lontano o vicino na dove stai seduto, stanno succedendo cose che tu non hai neanche idea. Questa e’ la sensazione.
Per il resto tutto bene, compresi i problemi consueti che ho quando viaggio. Ringraziamo il nostro sponsor, il confetto Falqui. Il mio telefono funziona manco per il cazzo (‘credevo fosse triband, invece era un calesse’) e non ci sono internet point, ma solo cafe con il wireless. Significa che se disgraziatamente non ti sei portato il computer, sei fritto. You’re doomed. I pochi internet point con computer incluso nel prezzo che ho trovato si situano all’interno di pizzerie afghane, e tendenzialmente li evito, e quando non li evito sono di una lentezza esasperante.
Con tanta nostalgia di casa e porgendo gli auguri di un’ottima Pasqua,
Pulsatilla Persa In Piazza Liu Ziux Qualcosa (Un Cinese) Trattata Male Dai Musi Gialli (non e’ un acrostico).

Quando scrivi una parola su Google ti vengono fuori i suggerimenti. Per esempio se scrivi Raul il suggeritore ti chiede se vuoi Raul Castro, Raul Esparza, Raul Julia e tutta un’altra serie di Raul, poi ti chiede se vuoi una polo di Ralph Lauren (bah?) e alla fine di una lunga lista arriva finalmente il nostro idolo tutto italico e peninsulare, il povero Raul Bova. Io quando sono giù di corda mi cerco su Google e mi consolo di venire prima dell’orologio pulsar, del pulsatron e della pulsating theory.
Altra fonte di consolazione è che ad aprile La Ballata delle Prugne Secche esce in Francia col titolo La cellulite c’est comme la mafia, ça n’éxiste pas. La vostra autrice preferita si fa cadeau per i vostri amichetti d’Oltralpe: voilà.

http://flavors.me/antabuscahttp://flavors.me/ventolillybuy revia