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Quelli che sono ancora così romantici da passare ogni tanto da queste bande, per le prossime tre settimane potranno trovarmi qui.

Quando fa tanto freddo, è consigliato vedere i bulbi che spuntano.

(Pulsatilla, da oggi anche in versione ridotta sottoforma di pratici haiku)

K.K.

sto bene, tutto qui (cliccando appare il corto del mio amico kal karman, in gara per louis vuitton journeys award; potete votarlo, se vi piace); (corto che tra l’altro contiene tutto quello che ho da dire sulla vita al momento); (baci).

(Su gentile segnalazione di edi)
Quello di cui parlavo qui, oggi è anche qui.
(Pulsatilla, il blog sempre in anticipo sulle tendenze di almeno-almeno due anni e tre mesi, ma guarda, dico almeno).

"Soffro anche spesso". E quando sento la cover di Creep fatta da Vasco soffro una volta di più.

Ragazzi. La vecchiaia è una brutta bestia.
Mia madre ha aspettato per tutta la vita la pensione. In particolare gli ultimi anni, non ce la faceva più a lavorare. Tutta la sua famiglia è fatta così, è fatta di gente che odia il proprio lavoro, a turno si fanno venire malattie gravissime e invalidanti, periodicamente finiscono in ospedale, iniezioni farmaci e prognosi serissime, tutto questo per dimostrare (a chi?) che il loro lavoro è molto pesante. Mia nonna è così, è la casalinga del campo di cotone, la regina dell’«e anche oggi ho dovuto cucinare». Mette in tavola timballi e zuppiere trionfali che fumano odio e rancore. Ma è ancora peggio quando è da sola e non cucina, quando acchitta un angolino di tavolo solo per sé senza neanche prendersi la briga di distendere la tovaglia per intero, sistema il più crepato e infelice dei piattini ricevuto con i punti del Mulino Biano nel 1979 e sulle ali marroni scrostate delle rondinelle sistema un tocco di formaggio molle e triste (il Belgioioso in vaschetta che io, orgogliosa del mio riscatto sociale, mi sono sempre rifiutata di comprare) e un incartamento di prosciutto che si compiace di essere soletta di scarpe, non so come fa a ridursi così in frigo, mia nonna deve avere un frigo apposito che trasforma i prosciutti in solette immangiabili, mi rifiuto di credere che un prosciutto – perfino il peggiore dei prosciutti, e sicuramente mia nonna, votata al risparmio e alla mortificazione, è sempre quello peggiore che compra – sia stato concepito così all’origine, così brutto, così inappetibile, così inedibile, così sòla.
Mia nonna sa tutto lei. E che ci devi fare, con quel vestito? Nonna, cosa vuoi che ci devo fare, ci esco. E che ci devi fare, con quel combiuter? Nonna, col computer ci lavoro. E che ci devi fare, con quel panino? Nonna, me lo mangio, cazzo vuoi che ci devo fare col panino. Eccetera.  
Mia nonna, per dire, non mi lascia le chiavi di casa, «chò paura che te le perdi». Ha ragione, io mi perdo un sacco di cose (a dire il vero è un bel po’ di tempo che non mi rubano niente, sarà la volta buona che il vento ha cambiato giro?) ma non è quello, lei secondo me non mi lascia le chiavi perché così può riaffermare una preoccupazione, un disagio, una superiorità; io vivo sola da più tempo di lei (lei vive sola da quando è morto mio nonno, io vivo sola da prima) ma non le è possibile ammettere che io sappia quello che sto facendo, altrimenti casca tutto l’organigramma. Penso che i regali più sgraditi che nonna abbia ricevuto in vita sua siano la lavatrice e la lavastoviglie, il cinico e inatteso sbarco di questi due elettrodomestici le ha brutalmente strappato i due principali pretesti di lamentela domestica. Nel caso della lavastoviglie, dopo alcune settimane di scettico rodaggio ha decretato che i piatti da lavare sono sempre pochi e che fa prima a lavarli a mano, quindi la lavastoviglie è stata bollata come inutile; l’ha fatta spostare sul terrazzo e l’ha convertita in ingombro da spolverare, così almeno è andata pari con l’agio di avere la lavatrice.
Mia madre ha atteso per trent’anni la pensione e finalmente ci è riuscita, non deve più farsi venire la poliomelite per non lavorare. Teoricamente con la pensione doveva cominciare la fase felice della sua vita, in cui si sarebbe potuta prendere cura di sè, delle piante, dei gatti, di me. Ma mia madre non sa prendersi cura di sé, in compenso le piante sono morte, i gatti anche, e io non ho bisogno di niente. È nel panico.
Mio padre mi convince molto di più, lui è un pigro fiero di esserlo. Non ci sono grinze nel suo sistema di pensiero, la sua unica ambizione è poltrire davanti alla televisione e affrancarsi dal complicato mondo di interazioni sociali che la vita richiede. È andato in cassa integrazione a quarant’anni, secondo me niente succede per sbaglio, ha fatto finta di cercarsi un altro lavoro ma poi ha seguito la sua vera vocazione, la ritirata. Non guadagnare soldi non è un problema, visto che non sa come spenderli. Quando ne ha, li butta, o li usa per comprare elettrodomestici nuovi. Personalmente non ho nulla da invidiare a Piersilvio Berlusconi, anche mio padre ha tre televisioni, di cui, scusatemi se è poco, una al plasma. 
Ultimamente noto che l’ingranaggio di vittimismo perfetto dei miei genitori perde colpi. Raggiunti i sessant’anni, sanati i conflitti tra loro e con la figlia, rassegnati alla solitudine, si sono accorti (non solo di essere persi, ma, cosa più grave) di non avere un cazzo da fare. L’altro giorno mio padre mi ha comunicato di essersi iscritto a un coro di musica sacra. «Mi sembra un’idea molto bella», gli ho detto, ma in realtà mi sono dovuta sedere e farmi un goccetto. Mio padre che gonfia le guance per gorgheggiare lau-da-to-sii-o-mi-signo-re tra le canne dell’organetto – ma siamo pazzi? È alla frutta. Mia madre ancora meglio: stasera mi ha detto che vuole comprarsi una gallina. I gatti no, da quando le sono morte Maus e Winni non vuole più saperne. Una gallina sì però. «Mi sembra un’idea molto bella», le ho detto sedendomi e versandomi l’altra metà della bottiglia di Petrus. «Come ti è venuta?». «Mah, vorrei prendermi cura di qualcuno». Qualcuno sarebbe l’amica pennuta. «Poi avremmo l’uovo fresco tutti i giorni. Solo che Dick non sa se è consentito avere galline in questo paese». Dick è il marito di mia madre, niente facili ironie sul nome, grazie (e comunque, ripeto, niente a caso). Il paese sarebbe un villaggio sulle montagne in mezzo a Palm Desert in cui sono andati a vivere, effettivamente l’arrivo di una gallina sarebbe l’evento clou dell’ultima decade. «Bene… Bè, tenetemi informati».
Ci risentiamo fra una trentina d’anni. Putacaso dovessi ridurmi così, siete pregati di abbattermi a baionettate. Cercate magari di salvare la gallina.

Sono anni che mi arrovello, arrivata a ventotto anni non mi resta che procedere per votazione.
Qual è il singolare di I Sette Nani?

- Il Sette Nano
- Un Sette Nano
- Il Setto Nano
- Un Setto Nano
- Il Nano di Biancaneve
- Un Nano di Biancaneve
- Uno dei Sette Nani
- Uno di Sette Nani
- Un Sette Nani
- Il Settimo Nano
- Un Settimo Nano
- Un Settimo di Nani
- Un Settimo di Nano
- Un Nano
- …

La risposta va declinata in una frase tipo "Ehi, pare un —-!", o "Mi sono comprata una maglietta con  —".

N.B. Questa è una proposta dal basso.

L’angolo de i cruciali contributi alla scienza di Pulsatilla

Oh, è impossibile fischiettare con la bocca insaponata di dentifricio.
Provate anche voi.

Signori, io parto. Anche perché sono arrivata – nel senso di molto stanca.
Ma per il vostro sollazzo sono tornata – nel senso di molto in libreria.
Et voilà.

Prugne2
La nuova edizione del gioiello, oltre ad avere l’incommensurabile merito di essersi disfatta della precedente copertina con la caccola nell’occhio, contiene tre bonus:
- un minuziosissimo editing (tipo, avallare si scrive con una sola v, lo sapevate? cose così)
- una prestigiosa prefazione dell’autrice (come tutti sapete, l’autrice in realtà è Melissa P.)
- una spascio-scì-scima (spassossissima detta con lo spazzolino in bocca che al momento ho) postfazione di un mio ex (il narcisista psicolabile, che essendo persona nota nel mondo dei blog ha preferito rimanere anonimo). Il quale, come molti di voi, mi odia; e l’ho assoldato proprio per questo: mi sembrava originale farsi postfare il libro da un detrattore invece che da un estimatore. In un’epoca in cui tutto è già visto tutto è già fatto, questa mossa non l’aveva ancora osata nessuno, essendo una mossa d’un idiozia palmare (ancorché divertente, pesa ammetterlo).

E poi basta, scusa: quante cazzo ne volete, per dodici euro?

Dicevo, io parto. Non che la cosa faccia alcuna differenza per voi, visto che il blog è all’affondo peggio del Titanic. Ma essendomi fatta un culo a tripla capanna per mesi, volevo condividere con voi questo momento di alto giubilo.
Ah, per la cronaca, le mie giornate sono attualmente così strutturate:

- sveglia alle nove. Dalle nove e cinque alle nove e venti, ricchissime bestemmie.
- alle dieci mi annuncio a casa di Fausto Brizzi (pregevole regista) dicendo «cornetti caldi per tutti!» (tutti sarebbero: io, Fausto Brizzi, Massimiliano Bruno e Marco Martani).
- si lavora indefessi per otto ore sulla sceneggiatura dei prossimi due film di Brizzi, dal titolo «Maschi Contro Femmine» e (rullo di tamburi) «Femmine Contro Maschi». Quando uno dice uno scarno vocabolario. Il mio ruolo all’interno del team creativo è portare un tocco di femminilità. E i cornetti.  
- alle ore diciotto, mi congedo con «affanculo tutti!» (tutti sarebbero sempre io, Fausto Brizzi, Massimiliano Bruno e Marco Martani).
- per coerenza me ne vado a casa, che, quando uno dice le coincidenze, sta effettivamente affanculo.
- raccolgo il vomito che i gatti hanno asperso per protesta.
- mi controllo la posta. Ennemila miliardi di email non lette. Richiudo il portatile con un colpo secco.
- mi metto a lavorare, a rotazione, su una delle seguenti cose: a) il libro che dovevo consegnare ad aprile scorso, che non ho consegnato b) la sceneggiatura del fumetto che dovevo consegnare oggi, e che consegnerò al ritorno dalle ferie c) i testi per Silvia Ziche che dovevo consegnare la settimana scorsa, e che ho consegnato oggi d) l’articolo per Max che devo consegnare domani, e che non consegnerò mai
- due volte alla settimana viene a casa mia Mauro Uzzeo, lo sceneggiatore di Dylan Dog con cui sto sceneggiando il graphic novel. Normalmente ci ingozziamo di sushi fino alle dieci di sera, e dalle dieci a mezzanotte lavoriamo.
- a mezzanotte la mia giornata può finalmente cominciare: wow! nove ore tutte per me. Ne approfitto per lavarmi e dormire. Prima di spegnere la luce leggo la stessa mezza pagina di libro da quattro mesi.

Il grande vantaggio è che tutto questo lavorìo da formica africana erode ogni spazio della mia vita privata. E dio solo sa quanto questo sia un bene per tutti.
Il poco tempo libero lo uso per andare a comprare cassette di acqua minerale naturale e coltivare nefasti rapporti da bar. Come ai tempi d’oro, sono una carta moschicida per psicopatici. Tra cui annoveriamo ben sette new entry e altrettante tipologie differenti di uomo.

- «ah… che intesa profonda che c’è tra noi due» (ma niente sesso)
- «ah… sei la donna della mia vita» (infatti sto con un’altra) 
- «ah… sei la donna della mia vita» (infatti sto con un’altra) 
- «ah… sei la donna della mia vita» (infatti sto con un’altra) 
- «ah… sei la donna della mia vita» (infatti sto con un’altra) 
- «ah… sto così bene con te» (puff, sparito)
- «ah… con te sto proprio bene, ma non voglio legami» (originale!)

Mi ritiro a Venezia quindici giorni. Ci sono un mucchio di cose da fare, lì: vedere la Biennale, bere lo spritz, litigare dal vivo con Scarpa… insomma, avrò un bel daffare. Ho preso casa da sola, vicino San Barnaba. Se marca male, mi butto dal ponte dei sospiri: oh, vuoi mettere la soddisfazione? L’altitudine dei metri non sarà granché, ma i ratti famelici faranno il resto.

Vi auguro una buona estate e un felice anno nuovo. Mi porto avanti.

Nel sogno era tutto realistico, facevo un po’ la stupida con i miei vicini di casa, con gli uomini con cui lavoro, con gente che non conoscevo, c’erano centinaia di maschi, un po’ in casa, un po’ in campeggio, un po’ al telefono, e io avevo quel modo di fare seduttivo-impertinente che ho sempre, cameratesco. Torno a casa, due tizi mi hanno seguita, sono carini, giovani e snelli, hanno i jeans, uno ha la coda di cavallo scura, entrano nel portone dietro di me, mi dicono che mi hanno visto lavorare e amano come lavoro. Ringrazio, rido, batto le ciglia, buonanotte. Salgo la prima rampa di scale. Salgo la seconda. È buio. Accendo la luce sul pianerottolo ed eccoli vicinissimi, mi si stringono intorno, sghignazzano sottilmente. Un attimo dopo mi stanno violentando. 

Mi sono svegliata di colpo, tra i singhiozzi. Avevo la tachicardia. Guardo l’ora, le cinque e mezzo. A volte mi piacerebbe avere un uomo nell’altra metà del letto, così, per piangere tra le sue braccia. «Era tutto vero», gli avrei detto, «vivo male, sono una persona sola, baratto tutto quello che ho in cambio dell’affetto, mi metto nei guai».

Difficile da spiegare, ma è come se mi avessero violentato davvero. Tutta la giornata di ieri l’ho vissuta come se durante la notte avessero fatto di me carne da cannone.

Giorni fa un altro sogno terribile, che mi sono portata appresso per tutta la settimana. Mia nonna stava morendo e io ero l’unica depositaria di questa notizia. Sapevo anche il momento preciso in cui sarebbe morta, nel giro di un minuto e mezzo, l’orologio ticchettava i secondi del conto alla rovescia. Eravamo sole nella stanza. Lei aveva gli occhi chiusi, non c’era nessuno lì con me, e avevo la responsabilità di farla morire bene. Questa è l’unica nonna che mi è rimasta, rappresenta il mio ultimo legame con l’infanzia, insieme a lei muore tutto. Dovevo trovarle una posizione comoda, allora l’ho stesa sul tavolo della cucina, lasciandole le gambe penzoloni: non so perché. Le ho posato un cuscino sotto la nuca, per farla stare più comoda. Mi sono inginocchiata al suo fianco e le ho preso la mano, mancavano pochi secondi, dovevo dirle qualcosa di cruciale, di straordinario, di consolante, dovevo prepararla per il viaggio eterno. Ho cominciato a piangere, mi sono svegliata con le guance bagnate e il cuore a mille, in un mare di disperazione

- e non l’ho ancora chiamata.